Quando Amulio seppe della nascita di Romolo e Remo, ordinò che si applicasse la pena prevista dalla legge per le vestali colpevoli di aver violato i loro obblighi: Rea Silvia e i suoi due figli avrebbero dovuto essere gettati nel Tevere.
Esisteva però una persona per la quale Amulio provava grande affetto: la figlia Anto, era molto legata alla cugina Rea Silvia, e tanto supplicò il padre che lo convinse a non mandarla a morte.
Per i due gemelli invece il crudele Amulio non volle sentire ragioni e ordinò che fossero abbandonati alla corrente del Tevere.
Romolo e Remo (o, secondo alcuni autori antichi, Romo) sono, nella tradizione mitologia romana, due gemelli, uno dei quali, Romolo, fu il fondatore della città di Roma e suo primo re. La data di fondazione è indicata per tradizione al 21 aprile 753 a.C. (detto anche Natale di Roma e giorno delle Palilie). Secondo la leggenda, erano figli di Rea Silvia (Rhea Silvia), discendente di enea, e di Marte.
Esistono innumerevoli versioni della leggenda di Romolo e Remo e della fondazione di Roma.
Tuttavia, sul colle del Palatino, durante alcuni lavori esplorativi, nel 2007 sarebbe stato ritrovato il lupercale: questo santuario, dove i Romani veneravano il Dio Luperco (Faunus lupercus), è collegato al racconto dell’allattamento di Romolo e Remo da parte della leggendaria lupa.
Romolo e Remo
Numitore, essendo più vecchio di Amulio, aveva ricevuto in eredità l’antico regno della dinastia Silvia. Ma il fratello usurpò il trono, arrivando anche a commettere delitti:
«Ma la violenza prevalse sulla volontà del padre e sul rispetto dovuto all’età maggiore: Amulio caccia il fratello e s’impossessa del regno.
Aggiunge poi delitto a delitto: spegne la discendenza maschile del fratello »
Costrinse, infine, l’unica figlia femmina del fratello, Rea SIlvia, a diventare vestale e a fare quindi voto di castità, togliendole la speranza di diventare madre.Tuttavia il dio Marte s’invaghì della fanciulla si addormento insieme a lei in un bosco sacro, dove era andata ad attingere acqua. Da quel rapporto nacquero i gemelli Romolo e Remo.
Per ordine dello zio, Rea Silvia fu seppellita viva, come prevedeva la legge per le vestali che non rispettavano il voto di castità. Il re Amulio, in seguito, affidò i bambini a due schiavi con l’ordine di metterli in una cesta, portarli nella parte più alta del fiume, e affidarli alla corrente. Quando le acque del fiume si ritirarono, la cesta rimase all’asciutto ai piedi di un albero di fico. Una lupa, scesa dai monti al fiume per abbeverarsi, fu attirata dai vagiti dei due bambini, li raggiunse e si mise ad allattarli.
Vuole la tradizione che anche un picchio portò loro del cibo (entrambi gli animali sono sacri ad Ares).
In seguito furono trovati da un pastore di nome Faustolo (porcaro di Amulio), il quale insieme alla moglie Acca Larenzia decide di crescerli come suoi figli. Esiste una supposizione sulla figura di Acca Larenzia.
I Greci, anche se vinti e conquistati dai Romani, considerarono questi sempre dei rozzi barbari non all’altezza della loro raffinata civiltà e per loro la verità era che Romolo e Remo erano stati non raccolti ma figli di una prostituta, la quale, appena nati, li aveva esposti e abbandonati, e a raccoglierli e ad allevarli era stata non la leggendaria lupa ma una donna comune; tanto leggiamo infatti per esempio nella Suida, dizionario in lingua greca scritto nel X secolo d.C.
I bambini crebbero inizialmente nella capanna di Faustolo e Larenzia, situata sulla sommità del Palatino, nella zona del colle chiamata “Germalo” (o “Cermalo”).
Si racconta che i due fratelli, un giorno furono assaliti dai banditi, i quali volevano vendicarsi dei bottini più volte perduti. Romolo si difese energicamente, ma Remo fu catturato e condotto di fronte al re Amulio, con l’accusa di furto e di aver compiuto numerose scorribande nelle terre di Numitore. Per questi motivi fu consegnato a quest’ultimo.
«Per caso anche a Numitore, quando tenendo Remo in prigione aveva appreso che erano due gemelli, dopo aver riflettuto sull’età e sull’indole stessa dei giovani, poco conveniente a gente di condizione servile, si era affacciato nell’animo il pensiero dei nipoti, e indagando a fondo era giunto allo stesso risultato di Faustolo, alla certezza quasi assoluta che quello fosse Remo.»
Nel frattempo, Faustolo aveva raccontato a Romolo delle loro origini e del sangue reale. Romolo radunò, pertanto, un gruppo consistente di compagni e si diresse da Amulio, raggiunto da Remo, che era stato liberato dallo stesso Numitore. Amulio venne ucciso e Numitore ritornò re di Alba Longa
Morte di Remo e fondazione di Roma
Ottenuto dal nonno Numitore il permesso, Romolo e Remo lasciarono Alba Longa e si recarono sulla riva del Tevere per fondare una nuova città nei luoghi dove erano cresciuti.
«Poiché erano gemelli e non vi era il diritto dell’età che potesse stabilire una distinzione, affinché gli dèi protettori di quei luoghi per mezzo di segni augurali scegliessero chi doveva dare il nome alla nuova città, e una volta fondata tenerne il governo, occuparono Romolo il Palatino e Remo l’Aventino come sede per l’osservazione degli auspici. Si dice che a Remo per primo si sia presentato l’augurio, sei avvoltoi; e quando questo già era stato annunciato essendo apparso a Romolo un numero doppio, l’uno e l’altro furono acclamati come re dai loro seguaci: gli uni reclamavano il regno in base alla priorità dell’augurio, gli altri in base al numero degli uccelli. Scoppiata quindi una rissa, nel calore dell’ira si volsero al sangue, e colpito in mezzo alla folla Remo cadde. Remo abbia varcato d’un salto le recenti mura, e sia poi stato ucciso da Romolo irato, il quale avrebbe aggiunto queste parole di monito: «Questa sorte avrà chiunque altro oltrepasserà le mie mura». Così Romolo rimase solo padrone del potere, e la nuova città prese il nome del fondatore.»